Due chitarre divine alla Stranieri

di Stefano Ragni – Quando Giuseppe Mazzini, esule, cospiratore e filosofo della politica, chiedeva alla madre di inviargli musiche per chitarra, portava alla luce un aspetto poco conosciuto della sua storia. Perché lui la chitarra la suonava abbastanza bene e si esibiva con un certo successo nei circoli liberali londinesi. Tanto che oggi sono musealizzati due strumenti a lui appartenuti, uno conservato nella Domus Mazziniana di Pisa, l’altro proprietà del Comune di Genova che lo custodisce in caveau e, dopo un attento restauro filologico, lo fa suonare ad esperti esecutori.

Ebbene Mazzini indicava alla madre gli spartiti di cui aveva bisogno e che non trovava nella capitale britannica: Legnani, Paganini, ma assolutamente non Carulli.

Non era una questione di gusto, ma è probabile che la musica di Carulli fosse un po’ superiore alle sue pur cospicue capacità esecutive.

Della validità delle musiche di un autore che, partito come violoncellista, si fece poi capofila della musica chitarristica francese ne hanno dato un ampio e circostanziato saggio due ottimi solisti calabresi, Claudio Fittante e Fabio Siriainni con un concerto AGiMus, sezione perugina “Valentino Bucchi”, tenuto nella sala Goldoniana di Palazzo Gallenga. Una circostanza che anticipa di un anno le celebrazioni che nel 2020 ricorderanno i duecentocinquant’anni della nascita del maestro pugliese.

chitarra dueQuattro numeri del catalogo delle quasi quattrocento opere di Carulli sono un piccolo assaggio di cose seppe fare l’ingegnoso musicista al suo trasferimento a Parigi, avvenuto nel 1808. Musicista napoleonico a tutti gli effetti Carulli impiantò sulle rive della senna una vera scuola esecutiva, sorretta da una ampia serie di pubblicazione di carattere educativo. Come dire fondare una scuola “francese” che parlava con l’idioma dell’opera napoletana. A Parigi Carulli rappresentò per la chitarra quello che Chopin e Liszt realizzavano sulla tastiera del pianoforte. Il successo della sua produzione fu notevole e perdura anche nell’attualità: non c’è un chitarrista al mondo che non abbia studiato sui suoi metodi e sulle sue raccolte, al punto che Fittante, all’inizio del concerto poteva dire che i chitarristi di oggi sono tutti figli di Carulli.

chitarra treInserito tra le parabole di Rossini e di Meyerbeer Carulli utilizzò i temi di entrambi, tanto che la serata si è aperta con una silloge di melodie da Les Huguenots di Meyerbeer e si è chiusa con l’esegesi di temi rossiniani, a partire dal Barbiere di Siviglia. In mezzo altre produzioni, dal Duetto op, 1 ai “Sex petits duo” op. 34, all’Andante e Rondò op. 167, desunto pari pari dal modello della sedicesima sonata di Mozart. Musica nel più puro stile galante, di quello che accarezza le orecchie con motivi facili e movenze di garbate danze. che si sarebbero potute ballare anche nel salotto di Jane Austen.

In principio di programma anche un Duetto di Filippo Gragnani, livornese, allievo prediletto che di Carulli aveva assimilato stile e movenze. Certo, non è Paganini e neanche Giuliani, che fu un compagno di strada di Beerthoven, ma questa musica si fa ascoltare, soprattutto perché i due ospiti suonano su strumenti primo-ottocento che sono copie di chitarre dell’epoca. Più piccole, con accordature più tenui del successivo modello spagnolo. Ne consegue un suono caldo e affettuoso. Ma filologicamente il modello era proprio quello dello strumento che imbracciava anche Mazzini.

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