Cerreto di Spoleto, Tetraktis e Soqquadro per Campanili Vivi

di Stefano Ragni – “E’ stata una lotta contro il tempo per poter aprire questo teatro e renderlo agibile per questo concerto. Consideriamola una pre-inaugurazione, in attesa di sistemare altre cose qui, fuori la piazza. Poi ci rivedremo”.

Con queste parole il sindaco di Cerreto, Giandomenico Montesi arringa il pubblico che occupa nella sua interezza la sala che funge da teatro comunale. Che coincide, poi, con la casa natale di Gioviano Pontano, massimo umanista della cultura napoletana del 1500, personaggio umbro attivo alla corte degli Aragonesi, latinista, botanico, storico, astrologo, retore. Personaggio eminente che portò le ombre di questo boschi appenninici, ora dorati dalla luce dell’autunno, sulle rive del golfo partenopeo, secondo un processo di dispersione degli ingegni che da sempre interessa il tessuto sociale umbro.

La musica di ieri sera era di lusso, e è risultata perfettamente calata nella dimensione di un approccio con ascoltatori che non sono certo viziati da spettacoli del genere. Arrampicarsi sull’erta della collina scoscesa è un viaggio, e poi, l’avarizia degli spazi, non consente certo parcheggi facili.

Per i non pochi perugini che si sono mossi alla volta del paesino da cui, sin dal Medioevo, si sparsero per tutta Italia i famosi cerretani, ovvero i venditori ambulanti di farmaci, spezie e ricette mediche, la soddisfazione di ritrovare una formazione cittadina come i Tetraktis valeva tutto il viaggio. Anche perché il complesso di percussioni si era imparentato, per l’occasione, con la voce di Vincenzo Capezzuto, artista, cantante e danzatore che ha saputo fare della sua timbrica da sopranista, la perfetta rievocazione di cosa fosse, in passato, il velluto dei castrati. Lo avevano già apprezzato in una delle precedenti edizioni della Sagra Musicale Umbra e lo abbiamo ritrovato con lo stesso smalto e la stessa vivacità.

Il concerto cerretano era il quarto di una serie di manifestazioni promosse dal MIBAC in collaborazione con la Fondazione Perugia Musica Classica, Regione dell’Umbria e comuni di Vallo di Nera, Preci, Santanatolia di Narco, Scheggino, Arrone. I finanziamenti sono arrivati per ridisegnare l’assetto culturale dei citati comuni della più autentica Valnerina, terra di fiume, di roccia e di bosco, crudamente percossa dal terremoto, ma abitata da gente tosta, che non si piega.

La distribuzione dei temi, dall’orchestra di fisarmoniche al complesso di musica contemporanea, raccolti sotto la dizione Campanili Vivi, ha assegnato alla proposta di ieri sera lo spessore della assoluta comunicativa, con un incrocio sacro- profano ripercorso con lo spirito della modernità. Percussioni, quindi, e a non finire, vista la gamma di strumenti di cui dispongono i Tetraktis, e sostegno elettronico assicurato dal computer di Claudio Borgianni, l’altra faccia di Soqquadro.

E mai nome fu più indicativo di cosa sia un Classical Crossover, una comprensione di passato e presente, da Vivaldi al Minimalismo, da Monteverdi a Steve Reich, seguendo una parabola ammaliatrice che ha riempito di mille echi la piccola sala, trasformandola, per un’oretta, in un’aula di lusso. Ha iniziato Tetraktis, coi suoi componenti tutti concentrati a strisciare archi da violoncello sui tasti di marimba, xilofono e vibrafono. Era un pezzo di Giovanni Sollima, “Millannium bug”. Poi è schizzato sulla pedana Vincenzo Capezzuto, con l’agilità elegante e soffice che gli viene dalla sua preparazione di ballerino classico di eccellenza. E un “Voi che sapete” mozartiano mai ha suonato così allusivo, equivoco, insinuante. Soprattutto con questa voce spumosa, aurorale, zuccherosa. Ancora nella elaborazione di Borgianni, serissimo alla consolle elettronica, un Eja Mater dallo Stabat vivaldiano, qualcosa che neanche il Tiziano Scarpa del romanzo veneziano si sarebbe potuto sognare Poi una Bach della cantata BWV 298, coi Tetraktis impegnati a produrre, dalle cavità dei loro arnesi magici, un brusio che mormorava fremiti e vibrazioni. C’erano anche due campane tibetane e bicchieroni di vetro percossi con bacchette, a ricordarci come, nella natura e nella vita quotidiana tutto vibra.

Ai quattro maestri di Tetraktis, Gianni Maestrucci, Laura Mancini, Leonardo Ramadori e Gianluca Severi, dopo i battiti di mano dei Clapping Musica di Reich, il piacere fisico di ripercorrere i versetti biblici che sono a monte della stesura di Raimbows della messicana Alice Gomez,

Preceduto dal suggestivo “Rumors and murmurs” di Borgianni, ecco ancora Vincenzo, elastico come un Puck birichino, che ci ha regalato un’aria di Vivaldi, “Sento in seno” che è scivolata su un pubblico ormai incantato. Peccato quando tutto finisce. Per fortuna Vincenzo ci ha offerto un bis, “Stand by me” e “Stand me, Diana”, un filma di Reiner e un Paul Anka anni Sessanta che il solista che ha cantato sopra le teste dei musicisti accovacciati a terra, tutti dediti a tritare qualcosa dai loro legni animati. Un’inquadratura di fiaba illuminata a giorno dalle luci dei cellulari che riprendono con ingordigia uno spettacolo non facilmente ripetibile.

Un tuffo sulla piazza riscaldata da enormi bracieri. Profumo di castagne e aromi di salsicce alla brace. Nei boschi umidi i lupi saranno già a caccia.

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