Le impressioni di novembre del quartetto Calidore

di Stefano Ragni – Ovviamente anche nella musica vale la distinzione lacaniana del tempo logico e del tempo del comprendere. Questo vale soprattutto quando siamo in presenza di un quartetto d’archi, la forma più complessa, più astratta, dell’ascolto musicale.

In musica i desideri non possono automaticamente diventare diritti, e il piacere di gustare un quartetto diventa una acquisizione, una conquista progressiva.

Anche quando suonano benissimo, come i quattro del Calidore, formazione statunitense ospite domenica pomeriggio del tradizionale concerto degli Amici della Musica, lo spettatore entusiasta ha comunque dovuto mettere in atto una strategia per entrare nel bellissimo timbro di questi archi che discendono, per filiazioni formative, dal Berg, dall’Ebène e dall’Emerson, tutti complessi applauditi più di una volta in questa sala.
Lo Schubert del Quartettesatz D 703, pezzo iniziale, è stato più di una volta utilizzato da altri concertisti per aprire o per implementare il programma. Preso da solo, decontestualizzato, ha un piccolo torso spigoloso che non si sa bene dove collocarlo. Mettendo in apertura i Calidore hanno pensato bene di strapazzarlo a dovere, in previsione del successivo Bartok. Non chiediamoci perché oggi tutti i buoni quartetti suonino nello stesso modo, alla corda esasperata e al ponticello teso fino alla rottura, con tempi talvolta ristretti al capello. E’ proprio al frequenza con cui Bartok e Shostakovic appaiono nei programmi. La loro musica è problematica, irsuta, incandescente e si presta alla lettura estrema. Quando diventi bravissimo a suonarli, rischi di leggere tutta la musica del secolo precedente nello stesso modo.

Infatti quando siamo passati al successivo Terzo quartetto di Bartok (1927) la sala dei Notari, suggestivamente avvolta nell’oscurità, ha subito un sussulto, aggredita dal raschiante trattamento a cui l’autore ha sottoposto i suoi archi. Un quarto d’ora non più di tecnica estremamente esigente, con effetti che vanno dalla desolazione all’esaltazione e la richiesta, agli esecutori, di essere elettrici al massimo grado.

Pagina di una incredibile bellezza ed esposta dai Calidore con estrema efficacia.

Questi quattro giovani americani corroborano la radicata presenza del quartetto nei programmi cittadini. Lo vuole non solo l’atto di fondazione degli Amici della Musica che nel 1946 aprirono a palazzo Gallenga col mitico Quartetto Italiano, ma lo esige e lo conferma la più recente politica dell’istituzione che, grazie al mecenatismo di Ilaria Borletti Buitoni e alle indicazioni della presidente di Perugia Musica Classica, Anna Calabro, hanno di fatto inserito Perugia nel virtuoso circuito delle Dimore del Quartetto. Una sana idea di mettere il privato al servizio della crescita e della tutela di quei giovani che decidono, con vero spirito gnostico, di mettersi insieme per fare quartetto. I dati concreti, concerti a Valvitiano e in via Menichetti ci sono stati e ci saranno e ogni proposta di concerto di quartetto andrebbe inserita in questa ottica.

Il fatto che i Calidore siano poi oggetto, dal 2016 del Buitoni Borletti Trust è un ulteriore indizio di quella qualità che gli americani hanno saputo sfoderare nel conclusivo quartetto op, 127 di Beethoven. Pagina magica che ricordiamo, sin dai tempi della Galleria Nazionale dell’Umbria, accarezzata da archi di rispetto. Oggi, con la nuova visione del “tempo logico”, la si interpreta diversamente, con una grinta diversa. D’altra parte i nostri giorni sono quelli in cui bisogna digrignare i denti e molto. In questo caso è la tecnica a neutralizzare gli umori, e la visione dei Calidore è parsa a tutti molto convincente, tanto da salutarla con ovazioni da grande serata. Ottenendo al ricompensa del lungo bis, il tempo lento del beethoveniano Quartetto delle Arpe. Suggestione intensa, con il tempo, lacaniano o non, che dovrebbe fermarsi.

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