L’arco infiammato di Antje Weithaas a San Pietro

di Stefano RagniOttava sinfonia di Beethoven a “forza otto”, con quei deliziosi refoli volanti, apposti dall’autore come eleganti volute rococò, trasformati in schiume di onde rabbiose. D’altra parte, da una violinista che suona e dirige a piedi nudi sul piancito marmoreo di San Pietro cosa potresti aspettarti se non un Beethoven preso a schiaffoni?

Eppure la poco più che cinquantenne violinista tedesca Antje Weithaas, che si è presentata sabato pomeriggio ad incantare il pubblico degli Amici della Musica di Perugia, ha una presenza carismatica assoluta. Posta alla guida dell’Orchestra da Camera di Perugia ha stampato un concerto da non dimenticare, al di là dei suoi atteggiamenti esecutivi da esagitata “sessantottina”.
Che ormai Beethoven lo si strapazzi con velocità da Concorde è un dato di fatto: il problema è se le orchestra siano in grado di sostenere questi ritmi.    

La compagine perugina ha superato felicemente la prova, anche se, il saggio fagotto, il “Brontolo” dell’orchestra, sembrava voler ricordare che Beethoven viveva nell’epoca in cui si andava a piedi. Insomma l’Orchestra da Camera perugina ha felicemente superato il test del teorema impostato dalla presidente Anna Calabro: passare dalle mani di illustri solisti, dotati dei più diversi temperamenti, per ricevere i necessari stimoli a crescere in dinamica, in flessibilità e in consapevolezza timbrica.

Sarebbe stato difficile fare di meglio in un contesto dove Antje, imbracciando il suo violino, suonava tra i leggii impostando la sua tecnica fiammante, “prima inter pares”, questo sì, come si faceva all’epoca di Beethoven.

Stare tra i colleghi e farsi parte penetrante del loro rendimento è effettivamente una cura efficace: tutti si sentono partecipi dell’impresa ed emettono un segnale positivo. L’ideale per correre insieme, soprattutto se la musica è cordiale come in questa Ottava, sorella minore dei grandi capolavori sinfonici del genio di Bonn, ma non per questo meno seduttiva. Le bellezze poi non bisogna andare a cercarsele, perché sono evidenti: è che non bisogna pensare alle altre a monte e a valle di questo geniale manufatto pieno di ilarità, di humor, di giocondità. Una scheggia di felicità sfuggita di mano al grande costruttore di drammi, un misterioso sorriso da Hermes di Veio, un epigramma scettico e misterioso come un gioco poetico di Leonardo.

Tutti i temperamenti del ritmo e della scansione metrica sono stati adottati da Beethoven nei suoi quattro tempi costitutivi, ottenendo, soprattutto nel giocoso finale, quell’esplosione di gioia quasi orgiastica, fescennina, che i cameristi perugini hanno saputo riprodurre.

Ancora un po’ storditi dalla nuvola incandescente della sinfonia, nella seconda parte della serata, seguita da un pubblico foltissimo, abbiamo atteso l’apertura delle “porte del Tempio”, ovvero l’attacco di quel Concerto per violino e orchestra con cui Beethoven ha voluto renderci partecipi del suo viaggio iniziatico verso e dentro il Divino. Tutto inizia con quei quattro colpi iniziali di timpano, invenzione sublime: il quinto è inglobato nell’accordo dell’orchestra. In re maggiore, la tonalità dei sovrani, con i fiati che svettano sugli archi per un autentico incremento di luce. Il Concerto cresce progressivamente e il violino si fa attendere, perché non è questione di virtuosismo, ma di coesione: è proprio come quando Hegel scrive che “il progresso ha un percorso di per sé necessario verso l’Ideale”.

La strada scelta da Antje per caratterizzare la sua interpretazione è stata quella, piuttosto effervescente delle leggerezza dell’arco paganiniano. Il che ha voluto dire alleggerimento sulla tastiera e volubilità sonora, con pianissimi che sfioravano la corporeità di un virus. Momento elettrizzante, nel primo tempo, quando Antje ha intrecciato i suoi trilli con quelli di Paolo Franceschini, storica “spalla” dei Cameristi. Poi, progressivamente, a polmoni aperti, verso le grandi aperture degli “insieme “ orchestrali, con quel violino sempre più pungente, crudamente penetrante. Arrivati alla cadenza, ecco qualcosa di magico: il ripristino della stesura del Concerto op. 61a, una infelice trascrizione dello stesso autore della sua originale versione violinistica adattata alla tastiera del pianoforte. Forse non la suona nessuno, probabilmente una volta l’ha sdoganata Pollini, ma non ne vale la pena. Il fatto è che questa cadenza spuria è difficilissima e ha una incredibile finestra su una sezione che prevede un accompagnamento di timpano concertante. Una mostruosità, ma qualcosa di decisamente stimolante per l’orecchio. Ebbene Antje si è mostrata in pieno possesso del necessario “appeal” per rendere credibile questo lacerto della fantasia beethoveniana, un caso più unico che raro negli annali degli Amici della Musica, e un bellissimo ricordo per i presenti. Tutti disponibili ad esaltarsi nel trionfale Finale, ma speriamo che non sia sfuggito a nessuno la timbrica glaciale con cui Antje ha saputo ibernare il Larghetto centrale. Una scuola d’arco altissima, trasparente e siderale.

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