Magico Natale a Solomeo, col Coro Canticum Novum e Orchestra da Camera di Perugia diretta da Fabio Ciofini

di Stefano Ragni – Teatro Cucinelli stracolmo per il tradizionale appuntamento coi Carols Natalizi, il pregevole spettacolo messo su da Coro Canticum Novum e Orchestra da Camera di Perugia.
Ingresso gratuito, e questo non è bene, perché si dà un segnale sbagliato sul valore della cultura. Un ingresso, anche a minimo prezzo, responsabilizza chi entra e lo invita a un comportamento adeguato, che non è una visita a un centro commerciale.

Il programma, ovviamente di spessore natalizio, si apriva con la Piccola Serenata Notturna di Mozart, che non è proprio una pagina da presepe. Noi italiani abbiamo una messe di concerti barocchi dedicati alla manifestazione del divino sulla terra, a cominciare dal Concerto grosso per la Notte di Natale che Corelli scrisse nella Roma barocca dei grande principi della Chiesa. Nei non pochi concerti natalizi programmati nel territorio non ne abbiamo sentito una sola versione. Indice di laicizzazione, o proprio questo Natale lo vogliamo considerare una festa di panettoni?

La gioiosa pulsazione della musica mozartiana era comunque di ottima qualità, sia per la direzione di Ciofini che per la risposta degli archi della compagine di Paolo Franceschini, arricchita da nuove presenza giovanili. Ricordiamo che questa Orchestra da camera di Perugia è una vera scommessa sul futuro e il presidente della Fondazione Perugia Musica Classica ci sta investendo molto, cosa che si può soltanto condividere.

Quando entra il coro, per la gioia dei tanti parenti in platea e in galleria, inizia il solfeggio natalizio. Apre il doveroso omaggio etnico del canto natalizio nigeriano, ormai sulla bocca di tutte le formazioni umbre. Lo ha scritto il percussionista Olatunji in collaborazione con Wendell Whalen. Eseguito nella versione di Savoy, ritmato dalle concave sonorità di Leonardo Ramadori. E ci vorrebbe anche un pensierino per i tanti cristiani martirizzati in Africa.

Indi un Handel dell’Alleluja ha preceduto il più suggestivo dei canti natilizi, il Noel di Adam, un patrimonio che ci viene dalla tradizione nordica.
Intonato in maniera suggestiva da tutto il Canticum Novum non si penserebbe che questa commovente invocazione al redentore sia stata scritta a metà Ottocento da un musicista ebreo celebre per le sue opere comiche su parole del socialista e miscredente come Placide Coppeau. Il singolare destino di questa struggente melodia vuole che nel 1855, traducendo in inglese come Holy Night, il ministro unitario John Sullivan Dwight ci aggiungesse un verso antiabolizionista, contro la schiavitù dei neri americani.


Il concerto è proseguito nel tripudio di quelle che per tutti sono le canzoni della nostra infanzia, una corolla di motivi gioiosi che avevano il loro cuore pulsante nell’Adeste Fideles. Sono tutti temi della tradizione nordica, profumano di albero con le candeline e di neve. E “L’Adeste Fideles”, col suo ritmo marziale, sa di cristianesimo armato, così come lo concepì Sir Francis Wade quando, nel 1734 lo scrisse per una comunità di cattolici emigrata in Francia. Se avessero pregato così in Inghilterra li avrebbero bruciati. La risposta italiana all’Adeste è indubbiamente il “Tu scendi dalle stelle”, scritto dal santo vescovo di Nola Alfonso de’ Liguori. Il presule umanista, nel 1754, lo redasse in versi ottonari e endecasillabi, ma la complicatissima stesura poetica fu distesa sulla melodia popolare del “Quando nascette Ninno”, e acquisì subito l’afro odore popolare di pastori e di armenti. La destinazione del Re dei Re era la turba degli umili e dei reietti, il quarto stato dei poveri e degli oppressi. Cullato dal rauco suono delle zampogne, disteso sulla tradizionale mangiatoia, il Salvatore è quello evocato da san Francesco nel presepe di Greccio, epifania di un nuovo mondo dell’umano. Francesco, sole che sorge, come preconizzato da Gioacchino da Fiore: “Franciscus abscendens a solis ortu ”.

Il presepe del 1223 fu il suggello di un processo teologico iniziato molti secoli prima, quando in chiesa si cantava in greco, poi in latino. E si mormorava, nel freddo e nel buio delle abbazie, dall’altro del presbiterio “Veni redemptor gentium, ostende partum Virginis”. Lo intonava sant’Ambrogio nella Milano assediata dagli ariani. Accento a lui era un grande pensatore africano, Agostino di Ippona che sottolineava così la discesa del Divino nel grembo dell’umanità: E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”.

Nella notte della civiltà europea, quando il chiostro Paradiso dei padri Benedetitni era rifugio di menti colte e consapevoli, la melopea gregoriana così inneggiava: Verbo caro factum ets, et laetantur angeli”. Con il tropario dei canti liturgici nella bisaccia torme di Benedettini si irradiarono in tutta Europa, rendendola coesa con la parola di Cristo. E questo concerto del Canticum Novum ha voluto ricordarci anche questo.

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