Risonanze del Settecento con Larinda e Vanesio

di Stefano Ragni – Uno spettacolo dorato e imparruccato quello di domenica pomeriggio al teatro del principe, in una produzione della Fondazione Federica e Brunello Cucinelli.

E anche stavolta lo spazio rinascimentale dell’apparire e del mostrare ha evidenziato la sue straordinarie capacità acustiche, confermandosi contenitore di risonanze preziose ed efficaci. Oltretutto la dimensione ideale per un allestimento di una piccola perla del Settecento, quello che Fogazzaro definiva il secolo della “perduta soavità dell’arte”.

Per gli spettatori che colmavano la platea in scena si dava un intermezzo napoletano, un piccolo, croccante capolavoro, il “Larinda e Vanesio” del tedesco Johan Adolf Hasse, una produzione del 1726 per il teatro partenopeo di san Bartolomeo. Cosa ci facesse un maestro di Amburgo sotto i fumi del Vesuvio è presto detto. La città, di lì a poco unica capitale di regno nella penisola, era l’attrattiva di tanti musicisti per le straordinarie possibilità di lavoro che offriva. E per un musicista europeo, allora, farsi italiano voleva dire successo e quattrini. Proprio quei “quattrini” che Larinda evoca in una delle sue arie di esordio: “Oggidì, senza quattrini niente si può valere”: sconcertante, tristissima realtà che sembra valere più che mai.

A cantare il ruolo di una ragazzetta in cerca di sistemazione era Francesca Bruni, voce soffusa e portamento scenico a dir poco frizzante. Sua preda, antagonista, poi burbero domato e sottomesso era Leonardo Galeazzi, timbro ben puntato, mobilità versatile, atletismo da capitan Fracassa. Gabriella Franchini recitava la parte della madre di Larinda, mammana, fattucchiera, spregiudicata suggeritrice di ogni malizia, Giovanni Tintori ha mimato il servitore muto. Va a finire che tutto si sistema, e nei tre siparietti che circoscrivono la vicenda Francesca ha fatto capitolare il suo recalcitrante Pigmalione a un destino che si immagina di sudditanza e di condiscendenza. A quei tempi si rideva così, e, un’aria dopo l’altra, tra frizzi e lazzi, si dipingevano macchiette che venivano dalla Commedia dell’Arte, fresco ristoro agli ascoltatori delle interminabili opere serie. Va a finire poi che grazie al magistero di Hasse, queste arie sono spesso difficilotte e richiedono un grande controllo vocale.

Il ritmo martellante, la vorticosità dei duetti, lo schioccare dei violini in orchestra sono le componenti a cui sapranno attingere i grande maestri della generazione successiva, i Paisiello, i Traetta, i Cimarosa. Un grande patrimonio operistico che da Lisbona a san Pietorburgo invaderà tutto il continente sotto la dizione di Scuola Napoletana. Eminenza di uno stile che faceva, allora “Made in Italy”, era oggetto di esportazione feconda, di attrazione proclive e di lavoro diffuso.

A dirigere l’ottima e affilata formazione dell’Accademia Hermans era Fabio Cifini che ha magnificamente coordinato il palcoscenico sedendo costantemente al cembalo. Una pratica che all’epoca era la prassi. La regia di Graziano Sirci è quanto di meglio si potesse avere nel maneggiare uno spazio narrativo esile, da riempire con capriole vocali e pennacchi timbrici. Ottima la divisione dello spazio in due prospettive diverse, e la stesa di un fondale fotografico di estrema evocatività (Cristina Ducci). Semplicemente sontuosi i costumi di Daniela Gelsi, una sartoria di lusso con stoffe di cui potevi avvertire il crepitio. Uno perfetto Settecento luminoso e solare che era l’altra faccia di una Napoli segreta e oscura, quella rievocata da Dominique Fernandez nel suo celebre romanzo Porporino che nel 1974 gli valse il premio Medicis. Era la Partenope dei castrati, dei faccendieri e degli occultisti, come l’abate Galiani e il principe di Sansevero. Un versante “noir” della città del sole che tenderà i suoi tentacoli fino a La pelle di Malaparte.

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