Diana Bertini racconta le grandi cantanti dell’Ottocento

Aggirare il coronavirus: ci proviamo tutti, con esiti più o meno soddisfacenti. In questa giornata in cui la festa della donna viene umiliata da giustificatissimi veti e da inaudite precauzioni, squilla alta la voce di Diana Bertini che ci offre la sua recente tesi di laurea discussa al Briccialdi di Terni poche settimane fa. La cantante spoletina, non nuova a importanti riconoscimenti sul palcoscenico lirico, ha deciso di arricchire il suo bagaglio con un diploma accademico di secondo livello in discipline musicali, nell’indirizzo interpretativo di Musica vocale da camera. Sotto la guida del suo relatore, il baritono Roberto Abbondanza, voce magistrale tra le più intelligenti dell’attuale panorama teatrale italiano, Diana ha firmato una tesi dall’eloquente titolo: “L’arte compositiva delle primedonne rossiniane”. Nella novantina di pagine del suo elaborato la signora Bertini ha voluto raccogliere testimonianze e musiche di nove cantanti, protagoniste assolute del melodramma ottocentesco, unite dal medesimo segno: essere state tutte grandi interpreti rossiniane e avere, ognuna di loro, accentuato questa condizione lasciando partiture vocali che ne tramandassero, in maniera tutt’altro che sbiadita, i fasti e gli onori.

L’impostazione della ricerca è assolutamente originale ed è stata trattata in maniera esaustiva, considerando anche il fatto che, chi scrive, sa anche cantare alla perfezione le arie scritte dalle primedonne rossiniane in questione. Nella motivazione che chiude la sua ricerca Diana scrive: “All’inizio di questo excursus sulle primedonne compositrici ai tempi di Gioachino Rossini era mia intenzione voler entrare discretamente nella loro vita, nella loro voce, nel loro percorso artistico e nella loro musica. Strada facendo si è aperto ai miei occhi un mondo di colori, di suoni, di voci che purtroppo resta esclusivamente nella memoria dei loro contemporanei. Di alcune di questa ho voluto studiare ed eseguire alcuni brani, per certi versi adatti alla mia estensione. Mi ha incuriosito poterli studiare andando con la mente al loro periodo storico, pensando alla luce della loro vita di protagoniste della musica e del Bel Canto”.

Chi sfoglia questo elaborato, perfettamente degno di diventare una bella pubblicazione di utilissima consultazione, non potrà non ricordare come il destino del giovane Rossini, un marchigiano avvenente, di buon carattere e di facile comunicativa, fu subito propiziato dalle cantanti allora in auge, a cominciare dalla Maria Marcolini, una Laura Pausini del primo Ottocento. Rossini ci metteva la musica più vorticosa e ammaliante possibile, lei lo proponeva, o forse lo imponeva, nelle grandi piazze dell’epoca, dalla Scala alla Fenice di Venezia, e ci guadagnava una musica impareggiabile e la gradevole vicinanza di un giovinotto aitante e pieno di salute e di gioia di vivere. Quando poi Stendhal lo immortalò nella sua “Vie”, il pesarese era già saltato su un’altra giumenta, attingendo alle grazie di Isabella Cobran, intima sia di re Ferdinando di Napoli che dell’impresario del teatri san Carlo, il leggendario Domenico Barbaja. Poi Isabella, ormai al declino delle sue facoltà vocali e del suo fascino, riuscì a diventare la signora Rossini, cosa che fu la più penosa disgrazia per il musicista ormai diventato un personaggio di statura europea.

Il primo profilo esaminato da Diana Bertini nella sua ricerca è quello di Angelica Catalani, il soprano di Senigallia idolatrata dal filosofo Hegel e addirittura venerata, anche nella memoria, da Chopin. Di lei Diana pubblica le funamboliche variazioni sull’aria di Paisiello “Nel cor più non mi sento”. A leggere gargarismi e fiorettature tanto complicate ci si chiede quale fosse lo stupore degli ascoltatori dell’epoca a sentire tali arabeschi stellari. Interrogativo che si ripropone sfogliando le quattro pagine dell’arietta di Isabella Colbran, non ancora signora Rossini, un “T’intendo sì, mio cor” vergato addirittura nel 1799, praticamente adolescente. Poco conosciuta è Isabelle Fodor Mainvielle, la prima Ninetta della rossiniana Gazza Ladra. Di lei la canzonetta “Nell’alto della notte”. Segue Giuditta pasta, il mezzosoprano umbratile contesto tra Donizetti e Bellini: lei scrive una bella aria, “Invito alla campagna” e la dedica a sua figlia Clelia.

Caroline Unger Sabatier veniva da una madre aristocratica ungherese e aveva sposato un stimato professore di diritto dell’Università di Vienna. Fu ammirata da Rossini, anche se le sue grazie vocali si divisero tra Schubert, Beethoven e Liszt. Seguono, nella scansione di una tesi che si gode veramente come un bellissimo percorso nella storia del canto italiano, la Malibran, Pauline Viardot, Marietta Brambilla, e Adelina Patti. Siamo ormai in età verdiana, e il soprano, nata in realtà a Madrid, canta a Cuba e a New York. Cosa che non le impedisce di essere una rinomata interprete del Barbiere di Siviglia. Morì alla fine della Grande Guerra, nel 1919, dopo aver usufruito di ben tre mariti. Oggi un cratere sul pianeta Venere porta il suo nome. Diana pubblica, come ultimo pezzo del suo testo, un delicatissimo “Bacio d’addio” su testo di Lord Byron.

Nelle tristezza di una giornata che nega alle donne il diritto di far sentire come ogni anno la loro voce, ascoltiamo, nella nostra interiorità il timbro di queste creature che hanno saputo essere grandi in epoche difficili, affermando la propria personalità in un’offerta di bellezza che non conosce declino.

Stefano Ragni

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