Re di donne al Caio Melisso

di Stefano Ragni – Il Re di donne è lui, Marco Rencinai, protagonista di una serata dallo spessore drammatico e dal forte impatto emotivo. Ieri sera, in un Caio Melisso funestato da un’amplificazione semplicemente assordante, si è consumata la rievocazione di uno dei fatti che ha più sconvolto, in tempi recenti, l’opinione pubblica. I noti fatti di Avetrana sono stati trasfigurati in una rievocazione che, ovviamente ha mutato luoghi, nomi e volti, ma ha lasciato intatta l’assoluta bestialità dell’evento. Essere uccisa per un bacio, un sospetto, il timore del pettegolezzo di paese. La realtà che ha superato l’immaginazione e la musica che ha cercato di annaspare dietro alla gratuità dell’orrore. La partitura di John Palmer, su un libretto steso dallo stesso autore in collaborazione con Cristina Bartocletti, giornalista del Sole 24 ore, parte da una visione di una seguitissima trasmissione televisiva, “Amore criminale”. Al di là della consueta menata antimaschilista, tipo “le donne dirigenti guadagnano meno degli uomini”, cosa che non avviene poi quando fanno il prefetto, il sindaco, il ministro o il rettore, il progetto di dimostrare che anche le donne, quando ci si mettono, sanno essere feroci come belve, non fa una grinza. Perché poi, alla fine, di omicidio di donne si tratta, e il bel Rocco, il Re di donne appunto, Rencinai, fa la figura di un idiota palestrato, narcisista, auto compiacente e completamente incosciente.

FVL_0039_mrEra ora che anche la lirica si occupasse del femminicidio in atto nel nostro paese, criminalità ormai diffusa e non sanzionate con le giuste condanne. Certo il melodramma di donne ne ha massacrate a migliaia, ma in Carmen, in Traviata, in Giulietta, in Margherita, in Gioconda c’è l’ingiustizia di un processo storico che monta tutta la società maschio centrica contro la vittima sacrificale. Oggi è la stupidità del telefonino e della discoteca a rendere tutto inutilmente disumano. Con l’obitorio che lascia entrare la telecamera per rinquadrare anche il cartellino che si lega al corpo del defunto. Corpo del reato ovviamente, perché proprio nella sequenza finale la sedicenne straziata, Lada Bočkovà viene spinta su una barella da un inserviente per essere ancora oggetto di spettacolo, ovviamente “in diretta”. Mondo desacralizzato e asfaltato da modelli comportamentali che confondo la vita con la fiction, come commenta Pizzech nella sua presentazione.

DSC_0076_mrParlavamo del frastuono degli altoparlanti. La partitura di Palmer, in effetti, prevede qualche frizzolino di elettronica e per far percepire uno sciacquio d’acqua e un brividino di vento ha costretto i cantanti ad indossare tutti un microfono. Con la conseguenza di amplificare anche l’orchestra in buca. L’elettronica deve essere un effetto da dosare con parsimonia, altrimenti si finisce tutti in discoteca e si da l’illusione ai cantanti di essere in possesso di voci strabilianti.

FVL_0451_mrVa reso comunque onore a questi quattro ragazzi che si sono imparati una partitura piuttosto ardua, con melodie alla Mascagni, quel declamato vaniloquente, fluttuante nell’etere delle armonie, che ha la sua efficacia quando viene sostenuto da una buona orchestrazione. L’alternativa, per fortuna c’è e ci chiama Adriano Guarnieri, un nome di rispetto qui a Spoleto.

Collocato nella tradizione neotonale, Re di donne, ha mostrato di possedere una spinta musicale veemente e trascinante: eravamo tutti avvolti da questo spessore di violenza montante, sin dagli amplessi del bravo, e fortunato Rencinai, con la fidanzata, Miryam Marcone, una creatura molto desiderabile nel suo non-vestito rosso fiamma. I suoi acuti, microfono o non, c’erano tutti e di spiccata qualità. Frida, la mamma-macellaio, era Daniele Nineva, sapientemente invecchiata dal costume. La vittima, Ivana, la citata Lada, ha saputo rappresentare il suo personaggio con credibile aderenza: la sua voce è anche’essa di qualità e merita, ovviamente, confronti migliori che non un microfono.

DSC_0252_mrLa regia di Alessio Pizzech era supportata dalle scene di Andrea Stanisci, percorse e irrorate dalle luci di Eva Bruno. Costumi di Clelia de Angelis, in ottimo tiraggio. Pizzach, partito da una serata tra stupidini che, sulle sedie di un bar, commentano vestiti e modelli di cellulari, ha progressivamente caricato la storia caricandola di oscure sensazioni che partono dalla profondità del tempo: rivalità di donne come dominio nel branco, con la forza dirompente del divieto Anche del divieto dell’innocenza. Forse in quei tre specchi sospesi sulle scena a battuti dai riflettori c’era anche un po’ di psicanalisi: ma vai a capire, oggi, chi si interroga sulla propria interiorità.

Complesso orchestrale diretto da Vittorio Parisi, puntualissimo negli attacchi e elegante concertatore del complesso del Teatro Lirico Sperimentale, chiamato a dipanare una musica sempre attiva. Pubblico col fiato sospeso, quasi soffocato dai tendaggi di plastica stesi in scena, con tutti i cantanti, mimi compresi, sempre in palco. Un coro della tragedia greca, lo si direbbe, dove tutti partecipano di tutto. E poi quei telefonini, come nell’opera di pochi giorni fa a Città di Castello, la Turandot.com. Oggi è il protagonista di ogni ora della giornata: se imbocchi un passaggio pedonale vieni strisciato da dementi che ti sfiorano digitando i numeri sull’apparecchio.

Femminicidio e cellulari. Lo Sperimentale, ancora una volta, ha fatto centro prendendo per il collo l’attualità. Dopo i terremotati della Valnerina, ancora un passo sulla strada della sopravvivenza dell’opera lirica nei luoghi deputati alla cultura. L’opera di Palmer è una commissione del Lirico, supportato da Ernst von Semens music foundation. Repliche stasera e domani.

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